Polittico di San Francesco al Prato – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

Nel novembre del 2019 ci è stata affidata una campagna diagnostica dalla Galleria Nazionale dell’Umbria (GNU) per lo studio tecnico-scientifico del Polittico di San Francesco al Prato, oltre a quello della tavola dell’Annunciazione e della pala d’altare raffigurante La Pentecoste. In accordo con i Funzionari Storici dell’arte e Restauratori della GNU, si è proceduto a una sistematica indagine su tutti i pannelli perugini dell’opera di Taddeo di Bartolo condotta tramite Riflettografia IR, eseguita in collaborazione con Art-Test Firenze, e in Radiografia X.

La campagna diagnostica ha avuto lo scopo di poter evidenziare la tecnica compositiva dell’autore, valutare lo stato conservativo del supporto e comprendere il rapporto esistente tra le tavole che costituiscono il Polittico. L’occasione è stata quella degli approfonditi studi intrapresi dalla GNU in vista della mostra monografica dedicata all’artista senese in programma per il 2020 e affidata alla Curatrice Dott.ssa Gail Solberg, tra i massimi esperti su Taddeo.

Per tutte le opere perugine incluse del progetto, le indagini radiografiche sono state eseguite tramite il nostro sistema radiografico portatile di tipo digitale diretto.

Lo studio delle immagini radiografiche ha restituito una chiara comprensione delle caratteristiche strutturali dei supporti lignei. Le assi non presentano fratture lungo la direzione della fibratura del legno, nonostante le intense vicissitudini subite dal Polittico, documentando quindi la grande conoscenza tecnica della bottega. Tuttavia, in alcuni casi, sono interessate da irregolarità o nodi colmati per rendere la superficie omogenea prima della stesura dello strato di preparazione. Lungo i margini delle assi lignee sono state localizzate le sedi di alloggiamento di ranghette o cavicchi, alcune delle quali con parte dell’elemento ligneo utilizzato per l’assemblaggio ancora presente, e gli incastri a farfalla individuati per la giunzione delle due piccole assi laterali di ampliamento dei pannelli centrali del Polittico. L’indagine radiografica ha confermato l’impiego della tradizionale tecnica di assemblaggio e incollaggio. Dal punto di vista strettamente conservativo, è stata documentata anche la presenza e la densità dei fori di sfarfallamento degli insetti xilofagi e, parzialmente, delle gallerie interne così da avere un riferimento aggiornato sulle attuali condizioni delle opere. 

La radiografia è una delle indagini più interessanti per lo studio di un dipinto grazie all’elevato numero di informazioni svelata da un’unica immagine. Oltre all’analisi del supporto, infatti può risultare fondamentale per comprendere le peculiarità del maestro e/o della bottega, come anche individuare tutte variazioni apportate nel corso dei restauri pregressi eseguite con materiali differenti e dunque discriminabili per la diversa radiopacità. È così che nelle opere qui analizzate è stato possibile differenziare le diverse tecniche di doratura utilizzate sistematicamente per soggetti analoghi e apprezzare l’eterogeneità delle miscele pittoriche, dovuta al diverso contenuto di bianco di piombo o altri pigmenti radiopachi. La lettura radiografica ha messo in evidenza il ductus e la giustapposizione delle raffinate campiture, le incisioni, il sapiente uso delle velature, delle lumeggiature e dei chiaroscuri, purtroppo in molti casi non più apprezzabili ad occhio per le aggressive puliture subite in passato dalle opere. Infine, il più importante risultato ottenuto dall’indagine radiografica del Polittico di San Francesco è stato senza dubbio quello relativo alla conferma dell’attuale riconfigurazione iconografica basato sugli studi storico-stilistici condotti dalla Dott.ssa Solberg per comprendere l’originario aspetto delle tavole lignei originariamente bifronti. Grazie infatti alla comparazione delle immagini radiografiche e alla mappatura dei tratti coincidenti dell’andamento della fibratura del legno, dei nodi e delle irregolarità, lo studio ha portato a verificare le coppie di pannelli in origine appartenenti a una tavola unica, e solo successivamente separate con taglio longitudinalmente.

Infatti, anche grazie alle evidenze ottenute dalle indagini diagnostiche, il percorso espositivo della monografica inaugurata a marzo 2020 ha proposto per la prima volta l’eccezionale ricostruzione di tutte le componenti del Polittico di San Francesco al Prato rimaste smembrate per secoli, comprese quelle arrivate a Perugia per l’occasione.

https://www.silvanaeditoriale.it/exhibition/208/taddeo-di-bartolo-perugia

https://gallerianazionaledellumbria.it/exhibition/taddeo-di-bartolo/

Polittico di San Gregorio – Antonello da Messina, Museo regionale di Messina

Alla fine del 2018 ci è stato affidato uno studio diagnostico per un’indagine radiografia su una tra le più articolate e pregevoli opere di Antonello da Messina, il Polittico di San Gregorio di Antonello conservato ed esposto presso il Museo regionale di Messina. Le analisi scientifiche sono state condotte in situ tramite sistema radiografico portatile di tipo digitale diretto finalizzate alla valutazione dello stato di conservazione del supporto ligneo dell’opera propedeuticamente all’intervento conservativo e alla movimentazione dell’opera prevista per la partecipazione alla mostra monografica “Antonello da Messina” tenutasi a Palermo da dicembre 2018 al febbraio 2019 (https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2018/12/palermo-mostra-antonello-da-messina-immagini/).

Grazie alla visualizzazione immediata dell’immagine acquisita, i parametri di misura sono stati ottimizzati nella fase iniziale di test al fine di massimizzare le informazioni per lo studio e la definizione dello stato di conservazione del supporto e delle stesure pittoriche. L’indagine radiografica si è rivelata utile per documentare alcune caratteristiche strutturali del supporto non leggibili all’osservazione diretta perché relative a particolari interni o celati dalle stesure pittoriche sul fronte o dalle traverse sul retro. Sono stati localizzati chiodi e viti (o degli alloggiamenti di precedenti viti metalliche non più presenti), le sedi dei cavicchi, degli incastri a coda di rondine, le stuccature in corrispondenza delle fratture o delle giunzioni. Sempre dal punto di vista conservativo, è stato possibile osservare e documentare l’andamento e le anomalie nella fibratura del legno, i nodi, come la presenza e densità dei fori di sfarfallamento degli insetti xilofagi e, parzialmente, delle gallerie interne.

Inoltre, l’indagine radiografica, seppur con i limiti dovuti alla sovrapposizione nelle immagini del contributo delle traverse e della parchettatura, ha consentito anche di dedurre alcune informazioni sulla tecnica esecutiva di Antonello, incrociando le nuove evidenze con i dati sulla palette e sul modus operandi dell’Artista, estesamente analizzati e documentati in occasione di una precedente campagna diagnostica (Poldi, Villa 2006). Ad esempio, dalle immagini radiografiche è stato possibile osservare l’eterogeneità delle miscele pittoriche e degli spessori di applicazione delle stesure, oltre al sapiente uso delle velature, delle lumeggiature e dei chiaroscuri nella costruzione prospettica. Sono stati osservati dettagli relativi alla tipologia di disegno preparatorio a pennello (tratti radiotrasparenti) o ad incisione sulla preparazione. 

Le radiografie acquisite hanno restituito dunque una fondamentale mappatura delle aree di maggiore interesse per progettare in maniera mirata interventi di messa in sicurezza dei cinque pannelli e del loro futuro monitoraggio.

Real sito di Carditello – San Tammaro (CE)

Nell’ambito del progetto “Metodologie e tecnologie innovative per la conservazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale: analisi ambientali e archeometriche” (CULTURA CREA – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali) coordinato e condotto da Energreenup s.r.l., abbiamo partecipato alla campagna di indagini scientifiche per la caratterizzazione di alcuni dei dipinti murali che decorano gli ambienti interni del piano nobile del Real Sito di Carditello presso il Comune di San Tammaro in provincia di Caserta. Le analisi, condotte tramite termografia IR, riflettografia in infrarosso (CCD – 1000 nm), fluorescenza UV, fluorescenza a raggi X e osservazione al microscopio ottico digitale, sono state rivolte allo studio dei materiali costituenti le stesure pittoriche, della tecnica esecutiva e alla valutazione dei degradi persistenti o riconducibile alle vicende conservative pregresse. I risultati delle indagini diagnostiche sono stati interpretati e integrati con le informazioni ottenute dal monitoraggio ambientale indoor e outdoor, fornendo un protocollo metodologico per la conoscenza e la conservazione ottimale delle superfici di interesse storico-artistico del sito. 

I dati ad oggi ottenuti hanno fornito informazioni propedeutiche e utili per i futuri lavori di restauro e hanno differenziato e localizzato, limitatamente alle aree campione analizzate, le zone di rifacimento o integrazione pittorica e quelle soggette a maggior degrado per distacchi o sollevamenti delle superfici pittoriche dovute ai diversi materiali costitutivi, impiegati nelle fasi di restauro e rifacimenti databili fin ai primi anni del XIX secolo. La presenza di alcuni pigmenti, infatti, ha permesso di stabilire dei termini post quem per la datazione indiretta degli interventi di restauro succedutisi nel corso dei secoli XIX e XX a causa dei danneggiamenti subiti durante rivolte ed eventi bellici.

È risultato molto efficace l’impiego della termografia IR di tipo attivo per la mappatura delle aree interessate da distacco dal supporto murario e/o strato preparatorio di intonaco, così da guidare in maniera mirata le future operazioni di messa in sicurezza e consolidamento delle superfici pittoriche. 

I risultati delle indagini scientifiche sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Heritage

https://www.mdpi.com/2571-9408/2/3/124/htm

Sala dei Venti – Palazzo Reale – Palermo

La Sala dei Venti è uno dei più suggestivi luoghi del Palazzo dei Normanni a Palermo, si tratta di una struttura sita all’interno della Gioaria, una torre medievale dell’originale nucleo arabo-normanno, antistante la Sala di Ruggero, coperta da un soffitto ligneo dipinto, risalente al XVIII secolo, al centro del quale campeggia una rosa dei Venti che dà il nome all’ambiente. Le porzioni superiori delle pareti e la copertura, soggette nel tempo a numerosi restauri e rifacimenti, presentano una ricca decorazione dipinta suddivisa in tre livelli: quello superiore costituito dal soffitto dipinto (parzialmente incamottato); quello intermedio costituito dai dipinti murali con decorazioni a finto marmo; il livello inferiore costituito da dipinti murali con decorazione a finto mosaico su fondo argentato-dorato. Sfortunatamente grandi estensioni delle superfici decorate attualmente versano in cattive condizioni di conservazione, principalmente a causa di pregresse infiltrazioni d’acqua dal tetto, che hanno generato importanti dilavamenti degli strati pittorici e di preparazione, distacchi e cadute, soprattutto sul soffitto dipinto e su due delle quattro pareti decorate a finto mosaico.

Per salvaguardare questo patrimonio, l’Assemblea Regionale Siciliana (ARS) ha previsto un intervento di restauro, avendo efficacemente risolto il problema delle infiltrazioni con il rifacimento del sistema di copertura. Preliminarmente alla stesura del progetto di restauro, l’ARS ha avviato un sistematico studio diagnostico e conoscitivo dei materiali a noi affidato e eseguito in collaborazione con l’Ing. Bartolomeo Megna dell’Università degli Studi di Palermo. Sono state quindi eseguite indagini non invasive e non distruttive in situ e indagini micro-distruttive su campioni prelevati ad hoc volte a definire la composizione materiale e i fenomeni di degrado in atto, dovuti sia alle condizioni termoigrometriche non favorevoli, all’invecchiamento dei materiali e alle pregresse intese infiltrazioni delle acque piovane.

L’osservazione preliminare e l’indagine termografica hanno confermato l’assenza in atto di infiltrazioni d’acqua, definitivamente risolte dalla nuova copertura, e di fenomeni di condensa sulle superfici dipinte, anche grazie alla presenza di griglie di aerazione su più livelli. Inoltre, l’incrocio dei dati termografici e quelli dei rilievi tramite pacometro ed endoscopio ha messo in evidenza la struttura del tetto e permesso di individuare i sistemi di connessione tra le tavole. Le indagini XRF, Raman e FT-IR hanno portato all’identificare dei materiali pittorici, originali e di restauro. Il riconoscimento dei pigmenti ha fornito un supporto per la datazione indiretta delle fasi originali e dei successivi interventi. Le ridipinture sono a base di una resina alchidica, identificata in GC-MS. Le stesure pittoriche originali del soffitto ligneo sono risultate essere a base di una tempera a uovo, applicata su uno strato di preparazione a gesso e colla animale; le dorature sono in foglia d’oro. Anche le specie lignee e le fibre tessili dell’incamottatura sono state identificate. Lo studio del livello intermedio a finto marmo ha evidenziato la presenza di decori geometrici in buono stato di conservazione occultati da fasce di carta con stesura grigio-bianca a base di bianco di titanio intervallate da cornici lignee a falso oro. Infine, per i dipinti murali del terzo livello, le indagini hanno evidenziato la presenza di una diversa stratigrafia ed in particolare di uno strato bituminoso presente al di sotto dello strato pittorico nelle porzioni più degradate. L’indagine di fluorescenza UV e FT-IR ha localizzato e identificato, su alcune superfici, la presenza diffusa di una resina chetonica di restauro in corrispondenza di una parete che mostrava un peculiare fenomeno di crettatura. 

Le indagini, che costituiscono ad oggi il primo studio scientifico sui materiali degli apparati decorativi della Sala dei Venti, hanno permesso di ricavare informazioni utili per la programmazione dell’intervento di restauro, ma anche per la ricostruzione degli interventi pregressi e delle fasi cronologiche di realizzazione dell’opera.

Gli esiti delle indagini sono stati presentati in occasione del XVII Congresso Nazionale IGIIC Lo Stato dell’Arte tenutosi a Matera nell’ottobre 2019 (http://www.igiic.org/?p=5094) e sono stati pubblicati negli Atti del congresso.

Statua di Zeus in trono da Solunto – Museo archeologico “A. Salinas” (Palermo)

Nel corso dell’intervento di restauro conservativo della statua di Zeus in trono proveniente dal sito archeologico di Solunto e conservato presso il Museo archeologico A. Salinas di Palermo, abbiamo avviato in collaborazione con la Direzione del museo e la ditta G. Milazzo Restauri, un’approfondita campagna di indagini diagnostiche finalizzate a caratterizzare lo stato di conservazione, i materiali costitutivi e i restauri occorsi in passato sull’opera.

L’antica città di Solunto è certamente uno dei principali siti archeologici importanti in Sicilia, non molto lontano dalla città di Palermo (Sicilia). Durante gli scavi archeologici eseguiti dal 1825 dalla Commissione per le Antichità e le Belle Arti della Sicilia furono scoperti molti importanti reperti, tra i quali appunto la colossale statua di Zeus in trono, realizzata in pseudo-acrolito e databile al II secolo a.C.. Lo stato di conservazione in cui versava l’opera non permetteva di comprendere la tecnica di esecuzione e di distinguere le porzioni originali dalle integrazioni giustapposte nel tempo. I recenti lavori di conservazione hanno dato l’opportunità di studiare e ricostruire tutte le fasi del processo di realizzazione e datare le complesse vicende conservative. Grazie ad un approccio scientifico e una pulitura stratigrafica e selettiva, orientata al rispetto e al recupero delle superfici originali, sono state riscoperte e analizzate le tracce delle antiche policromie, recuperando informazioni sull’aspetto originario della statua. Tra le indagini scientifiche eseguite, infatti, le analisi in XRF prima e le successive osservazioni al microscopio ottico e al SEM-EDX su micro-frammenti poi, hanno restituito importanti evidenze analitiche sugli elementi decorativi originali e sulle stesure pittoriche ancora presenti; in particolare tali indagini hanno permesso di confermare la presenza di una spilla in metallo dorato applicata sul chitone di Zeus.

Subito dopo il rinvenimento, lo scultore neoclassico Valerio Villareale, considerato il Canova siciliano, restaurò nel 1826 la colossale statua di Zeus che fu ritrovata in frammenti e ne completò le parti mancanti. Non si avevano fonti d’archivio, ma già alle prime osservazioni ravvicinate nel corso delle prime fasi dell’intervento sia il restauratore che gli archeologi avevano attribuito alcune parti dell’opera a rifacimenti e integrazioni successive, qualitativamente inferiori a quelle del Villareale.

Dunque, proprio per ottenere una preliminare mappatura dei diversi materiali aggiunti nel tempo e orientare le scelte operative del restauro, sono state condotte diverse indagini diagnostiche, sia in situ tramite tecniche non invasive che in laboratorio su micro-prelievi. In particolare, la fluorescenza UV, la termografia IR, il rilievo tramite pacometro, le analisi in XRF hanno consentito di identificare e localizzare i materiali, distinguendo per composizione chimica le diverse stuccature successive al primo intervento del Villareale, valutare il loro stato di conservazione e chiarire la sovrapposizione tra le integrazioni e la superficie originale. 

Successivamente, a seguito delle preliminari informazioni in situ, sono stati eseguiti micro-prelievi analizzati in microscopia ottica, microscopia elettronica a scansione (SEM-EDS) e spettroscopia FTIR e Raman. I risultati hanno chiarito le complesse stratigrafie e hanno individuato pigmenti che costituiscono marker cronologici dando così ulteriori indicazioni per la datazione dei restauri non documentati realizzati nel corso della seconda metà del XIX secolo.

Questo studio ha dato l’opportunità di studiare la pratica del restauro del XIX secolo anche attraverso l’integrazione di informazioni storiche e scientifiche per ricostruire in maniera completa la storia dei restauri che hanno coinvolto al statua, modificandone l’aspetto e conseguentemente la corretta lettura archeologica, oggi recuperata.

I risultati del complesso intervento sono stati presentati nel corso di una conferenza stampa http://www.artemagazine.it/attualita/item/2960-archeologia-restaurata-la-grande-statua-zeus-di-solunto

https://www.lettera32.org/lo-zeus-di-solunto-conclusi-i-restauri-conferenza-al-museo-salinas-di-palermo/

e sono stati oggetto di due pubblicazioni scientifiche presentate in occasione di convegni tematici internazionali:

  • Alberghina, M.F.; Alvarez de Buergo, M.; Martinez-Ramirez, S.; Milazzo, G.; Schiavone, S.; Spatafora, F. “Conservation of a Colossal Statue of Zeus From Soluntum (Sicily, Italy): scientific and historical remarks about previous restorations”, 5th International conference Youth in the Conservation of Cultural Heritage – YOCOCU”, Madrid, settembre 2016, https://digital.csic.es/handle/10261/154352
  • G. Milazzo, S. Schiavone, F. Spatafora, A. Macchia, “The Colossal Statue of Zeus Enthroned from Soluntum. A case study on the polychromy and the metal attachments of an ancient sculpture in Sicily” 7th Round Table on Polychromy in Ancient Sculpture and Architecture, November 2015, Florence

https://www.academia.edu/37706237/G.Milazzo_S.Schiavone_F.Spatafora_A.Macchia_The_Colossal_Statue_of_Zeus_Enthroned_from_Soluntum_a_Case_Study_on_the_Polychromy_and_the_Metal_Attachments_of_an_Ancient_Sculpture_in_Sicily_in_Polychromy_in_Ancient_Sculpture_and_Architecture_2018_85-91

Portale Maggiore della Cattedrale di Monreale (Palermo)

La Cattedrale di Monreale è uno dei monumenti più rappresentativi del periodo arabo-normanno in Sicilia, inserito nella World Heritage List UNESCO del sito seriale Palermo Arabo – Normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale dal luglio 2015. Fu fondata dal re Guglielmo II (1166-1184) e la costruzione iniziata nel 1174 fu conclusa nel 1186. La Cattedrale è uno fra i migliori esempi di fusione delle influenze orientali e occidentali createsi dall’artigianato bizantino, islamico e romanico. Il Portale Maggiore, noto come “Porta del paradiso”, realizzato in blocchi di marmo scolpiti e intarsiati, è uno degli elementi architettonici esterni più importanti dell’intero complesso monumentale. 

In occasione del recente intervento di restauro del Portale maggiore sono state eseguite indagini sia di tipo non invasivo che su campione. Gli obiettivi dell’approfondimento diagnostico hanno riguardato la caratterizzazione dei materiali originali (eventuale presenza di policromie e finiture delle porzioni in marmo scolpito e tessere vitree delle decorazioni musive), di degrado e introdotti sulla superficie da restauri realizzati in passato, al fine di fornire le informazioni necessarie a: indirizzare le metodologie e i materiali per l’intervento di restauro; approfondire la tecnica di realizzazione dell’opera; valutare lo stato di conservazione del bene. 

Lo studio diagnostico condotto durante le diverse fasi del cantiere ha previsto l’impiego di termografia IR, rilievo pacometrico, analisi XRF in situ e analisi su campione. L’approfondimento sui microcampioni è stato condotto per: determinare la presenza di sali solubili, mediante Cromatografia ionica; caratterizzare i materiali di natura organica utilizzando la spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier, (FT-IR) e l’analisi in gascromatografia-spettrometria di massa in pirolisi (Py-GC-MS); osservare le stratigrafie presenti tramite analisi integrata in Microscopia ottica in sezione sottile e lucida, Diffrazione ai Raggi X ( XRD) e microscopia elettronica con microsonda in dispersione di energia (SEM EDX).

I risultati delle indagini sono stati presentati in occasione di convegni tematici e pubblicati su riviste scientifiche. 

Gli esiti dell’intera ricerca recentemente sono stati pubblicati nel numero speciale della rivista International Journal of Conservation Science (IJCS) dedicata a “New Strategies and Methodologies Applied to Cultural Heritage: From the Analytical Approach to the Case Studies” (Guest editors: Mauro F. LA RUSSA, Paola FERMO, Natalia ROVELLA, Vol 11 – marzo 2020).

Il nostro articolo “A Multi-Analitycal Approach to Adress a Sustanaible Conservation of the Main Marble Portal of the Monreale Cathedral” è liberamente scaricabile qui

http://www.ijcs.uaic.ro/current.html?fbclid=IwAR1lG6ymHHTRkWD9HNOWOn3AzSrp6I_VlmIUMITrVUweGpdowJphBLOrAfQ

Annunciata – Antonello da Messina – Galleria Regionale di Palazzo Abatellis (Palermo)

Grazie all’impiego del nostro scanner INTRAVEDO abbiamo portato avanti nel 2015 un approfondimento diagnostico per integrare le conoscenze acquisite nel corso delle precedenti campagne diagnostiche eseguite già nel 2005 dal CRPR – regione Sicilia per lo studio e il monitoraggio di questa iconica tavola dipinta in occasione della movimentazione per le mostre a Roma e a New York.

Le nuove indagini in riflettografia IR e analisi XRF hanno infatti chiarito la questione finora aperta sulla interpretazione della stesura pittorica azzurra tra il volto della Vergine e il velo blu (sul lato sinistro). Ciò è stato possibile grazie alla sistematica identificazione dei pigmenti nell’area di interesse e il confronto con l’intera tavolozza pittorica e alla lettura delle stratigrafie possibili integrando i dati forniti dalle tecniche non invasive utilizzate. Lo scanner INTRAVEDO permette di eseguire Riflettografie IR con sensore InGaAs (1700 nm) ad alta risoluzione e elevatissima qualità di immagine priva di distorsioni ottiche e geometriche ed è inoltre dotato di sistema di posizionamento a geometria controllata per eseguire mapping XRF.

Ripartendo dalle informazioni d’archivio, dai precedenti restauri e indagini diagnostiche, i nuovi dati acquisiti costituiscono un presupposto importante per una corretta lettura storico – artistica dell’aspetto originale del dipinto e rappresentano un supporto scientifico per chiarire le vicende conservative che hanno portato il dipinto al suo stato attuale. 

I risultati dello studio non invasivo sul dipinto sono stati pubblicati sulla rivista Archeomatica 

http://mediageo.it/ojs/index.php/archeomatica/article/view/1618/1472

Gli argenti di Morgantina – Museo archeologico di Aidone (Enna)

In occasione della movimentazione del Tesoro di Eupólemos nel 2015 per il prestito al Metropolitan Museum of Art di New York da parte del Museo Archeologico di Aidone, ci è stata affidata la campagna diagnostica per la valutazione e il monitoraggio dello stato di conservazione. Considerato il particolare pregio delle superficie e l’unicità degli oggetti sottoposti ad indagine, il progetto di approfondimento scientifico ha limitato la scelta dei possibili approcci all’impiego di tecniche spettroscopiche e di imaging di tipo non distruttivo e non invasivo condotte direttamente in situ tramite strumentazione portatile, procedendo dunque all’analisi chimica e strutturale attraverso l’acquisizione di radiografie digitali, riprese di fluorescenza UV e analisi di fluorescenza a raggi X.

Tale approfondimento scientifico, condotto in stretta collaborazione con la Direzione del Museo, è stato finalizzato: i) all’approfondimento conoscitivo della tecnica di realizzazione e dei materiali costituenti originali; ii) all’identificazione dei materiali di restauro e/o di degrado.; iii) alla valutazione dello stato conservativo attuale allo scopo di individuare dei marker composizionali e per acquisire dati utili ad un monitoraggio programmato delle condizioni conservative.

Le acquisizioni spettrali e di imaging diagnostico condotte sui 16 reperti hanno prodotto: l’analisi su 110 punti di misura indagati tramite fluorescenza a raggi X per l’identificazione degli elementi chimici costituenti le superfici argentate, dorate sia in buono stato di conservazione sia interessate da fenomeni di corrosione (formazione di solfuri di argento e/o di rame); 40 ore di acquisizione dei segnali fluorescenza nel visibile indotta da illuminazione UV, per lo studio dei materiali estranei presenti sulle superfici (materiali di integrazione, adesivi, protettivi); 27 esposizioni radiografiche (2 proiezioni per ciascun reperto) per l’analisi strutturale e la mappatura delle fratture esistenti.

Le indagini radiografiche, che consentono l’analisi della struttura interna dell’oggetto analizzato attraverso il differente assorbimento dei raggi X, hanno restituito informazioni sulla presenza di fratture, per la maggior parte già oggetto di interventi di restauro pregressi, e hanno permesso approfondimenti sulla tecnologia di assemblaggio dei reperti costituiti da più parti e ha mostrando evidenze morfologiche tipiche della tecnica di lavorazione.

Le acquisizioni della fluorescenza emessa nel visibile indotta da sorgenti UV hanno permesso di localizzare i materiali presenti sulla superficie delle varie opere utilizzati per la realizzazione delle integrazioni e restauri pregressi, evidenziando l’utilizzo di differenti tipologie di materiale ed adesivi, presenti in corrispondenza delle fratture evidenziate dalle radiografie, mappando così interventi conservativi non precedentemente documentati.

L’analisi della fluorescenza a raggi X ha consentito l’identificazione degli elementi chimici restituendo informazioni sia sulla tecnica di estrazione dell’argento che di applicazione della foglia d’oro decorativa. Sono stati, inoltre, individuati marker utili per il monitoraggio delle superfici interessate da fenomeni di corrosione da ricondurre alla formazione di solfuri di argento o di rame, riconoscibili per il tipico annerimento, come anche, per alcuni reperti, la presenza di cloruri e bromuri, anch’essi caratterizzati da colorazione grigio scura. 

I risultati delle indagini sono stati oggetto di diverse pubblicazioni su monografie e riviste scientifiche.

https://www.spiedigitallibrary.org/journals/Journal-of-Electronic-Imaging/volume-26/issue-1/011015/Integrated-three-dimensional-models-for-noninvasive-monitoring-and-valorization-of/10.1117/1.JEI.26.1.011015.short?SSO=1